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Venire alla Luce: la mostra prorogata fino al 30 settembre

14-06-2018

La mostra Venire alla Luce: dal concepimento alla nascita è stata prorogata fino al 30 settembre 2018. Un successo dell’esposizione e del  MUSME, testimoniato dai dati complessivi di questi tre anni di lavoro: 120.000 visitatori; 1.500 visite guidate scolastiche, con un netto aumento di prenotazioni per l’anno scolastico in corso; oltre 600 gruppi; più di 500 eventi e 4 percorsi tematici. Raggiunto il primo posto su TripAdvisor nell’ambito della classificazione dei Musei storici di Padova e il terzo in quella complessiva riguardante le cose più interessanti da vedere in città.

Realizzata con il contributo scientifico dell’Università di Padova, il percorso tematico è curato dal Prof. Giovanni Battista Nardelli del Dipartimento di Salute della Donna, dal Prof. Maurizio Rippa Bonati del Dipartimento di Scienze Cardiologiche Toraciche e Vascolari, in collaborazione con il Prof. Raffaele De Caro e il suo team del Dipartimento di Neuroscienze, con il contributo del dott. Andrea Cozza, sotto la supervisione del comitato scientifico del Museo, presieduto dal Prof. Vincenzo Milanesi.  Attraverso le collezioni storiche della Clinica Ginecologica dell’Università di Padova e installazioni multimediali, exhibit interattivi e video in 3d, l’esposizione accompagna il visitatore attraverso l’evoluzione dell’essere umano. Il percorso, coniugando passato e presente, storia e tecnologia, in piena continuità con l’approccio del MUSME, permette di assistere alla  crescita nel grembo materno. Le preziose collezioni dell’Università di Padova presentano modelli anatomici, in cera e cristallo e creta, esposti al pubblico per la prima volta, risalenti alla seconda metà del ‘700, che costituiscono un’occasione unica per avventurarsi nella storia dell’ostetricia e seguire il suo passaggio da arte manuale a scienza.

I modelli esposti sono tra i primi, a livello mondiale, usati in questo contesto. È il medico bolognese Luigi Calza (1737-1784), fondatore del Primo Gabinetto Ostetrico, a Padova nel 1765, a farli realizzare, quattro anni dopo, al ceroplasta Giovan Battista Manfredini e allo scultore Pietro (o Giovan Battista) Sandri.  Le cere, di cui è presente una preziosa selezione, rappresentano l'apparato riproduttore femminile e il feto, nonché alcune tappe cronologiche della gravidanza e del parto. Le crete raffigurano le varie presentazioni fetali e originariamente erano costituite da componenti mobili (ora saldamente ancorate) affinché gli allievi medici e le levatrici potessero esercitarsi sui meccanismi del parto. Dal forte impatto visivo, questi modelli permettono al visitatore non solo di conoscere la storia della ginecologia e dell’ostetricia, ma anche di ripercorrere alcune tappe fondamentali dell’insegnamento dell’epoca, “entrando” in una sorta di laboratorio dove ogni esemplare racconterà le idee, gli studi e gli esperimenti, che animavano le università.

Completa il nucleo della collezione una raccolta di strumenti chirurgici iniziata da Rodolfo Lamprecht (1781-1860), con il quale nel 1819 viene fondata la Clinica Ostetrica, nell’Ospedale Civile di Padova, oltre a preparati anatomici, tavole didattiche (realizzate a mano con tecnica ad acquerello o con stampa tipografica editoriale policroma), strumenti per il parto risalenti al XIX e XX secolo e il primo ecografo acquistato in Italia, a Padova, nel 1969.

In linea con la natura high-tech del Museo, non mancano postazioni multimediali e interattive, cui si affianca un video in 3d che mostra il contrasto – come evoca il titolo della mostra – fra la dimensione ovattata, buia e protetta, nella quale si trova il feto durante la gravidanza, e quella luminosa in cui è immerso dopo la fuoriuscita dall’utero, iniziando un’esistenza sempre più autonoma.

 
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